Trap: da dove arriva e quali sono le sue origini?

Voglio dirtelo: se non hai mai ascoltato un pezzo trap, probabilmente vivi in un bosco isolato e senza wifi. Perché oggi, che lo si voglia o meno, questo genere musicale è ovunque.
La percepisci attraverso le cuffie dei ragazzini in metro, la vedi sui social – reel su Instagram e TikTok -, e se appartieni alla generazione dei Boomer forse per caso l’hai incrociata in un programma del mainstream televisivo.
Ma di cosa si tratta VERAMENTE? Parliamo solo un delirio di bassi e autotune o c’è sotto qualcosa di più? Facciamo spoiler: c’è.
Trap: qual è il suo suono caratteristico
È vero: quando attacca una base trap sembra di essere finiti dentro una lavatrice.
In realtà niente è improvvisato, perché questo sound ha delle caratteristiche ben precise: batterie elettroniche in hi-hats, bassi profondi che fanno tremare i vetri (grazie all’808) e melodie minimal.
E come dimenticarsi del protagonista, il filtro bellezza delle corde vocali? Esatto, parliamo dell’autotune. Vuoi essere un robot triste, un’aliena sexy? L’autotune te lo permette.
E i testi? Ecco, questa è la parte controversa, perché se la protagonista è la vita vera delle periferie, allora i contorni saranno anche spacci, soldi, Rolex, notti senza dormire, vendette, lusso, Lamborghini. Roba così.
Cosa rispondere a chi dice che è diseducativa
La domanda da un milione di dollari che arriva sempre quando si parla di trap è la seguente: è cattiva? È diseducativa per chi la ascolta?
Premesso che non esistono generi musicali cattivi o diseducativi, la risposta è: dipende. Perché se c’è quel detto che recita “la bellezza è negli occhi di chi guarda”, anche la cattiva fede lo è.
E a chi obietta che la trap rappresenti un cattivo esempio per i ragazzi (con la tripletta violenza- droghe- modelle) c’è chi la difende a spada tratta: “è arte, bro”, dicono, “racconta la realtà cruda, mica il mondo delle favole”.
Ovviamente questo modo di cantare non ti trasforma automaticamente in un criminale, altrimenti negli anni ’70 e ’80 gli ascoltatori di heavy metal sarebbero dovuti finire tutti in galera!
Però non è certamente un tipo di musica che tutti possono capire. È un linguaggio. Un racconto. A volte esasperato, certo. Ma fondamentalmente è “solo” musica.

Sì, ma dove nasce la trap? Ad Atlanta, in Georgia, Usa
I mitici anni ’90 sono stati uno dei decenni più fecondi per la musica. E mentre il grunge faceva risuonale i riff di Seattle in tutto il mondo e l’R&B dominava le classifiche, ad Atlanta stava accadendo qualcosa di diverso.
La parola “trap” deriva infatti dal gergo usato per indicare le case dove si spaccia.
Il contorno? Mood buio, batteria monotona e testi urticanti e spesso violenti che raccontano la strada. Il primo a portare questa parola in un titolo è stato T.I., con il suo “Trap Muzik” nel 2003.
Poi è arrivato Gucci Mane con “Trap House” e da lì il gioco si è fatto serio.
Senza dimenticare Lex Luger. Parliamo di uno dei producer che ha definito il sound moderno di questo specifico genere.
Più di vent’anni dopo la trap è diventata globale e genere internazionale. Tutti i trapper sono partiti dalla formula made in Atlanta e ci hanno aggiunto un tocco locale. Il risultato? Un melting pot musicale dove si passa da “bro” a “fratè” in mezzo beat.
In più la trap influenza anche moda, slang, estetica. Ma questo è sempre accaduto per i generi musicali molto amati (basti pensare al punk inglese degli anni ’80).
Le regole della trap: non fermare la rivoluzione
È bene quindi mettersi il cuore in pace: la trap non è una moda passeggera. È diventata un pezzo fondamentale del puzzle musicale contemporaneo.
Una cassa di risonanza per il disagio e il riscatto di chi cresce in contesti difficili e non ha voce, l’apparenza del lusso portata a simbolo di vita, un grido di richiesta di attenzione dalle periferie.
Insomma: che la si ami o la si odi di certo non possiamo ignorarla perché è ovunque e continuerà a esserci ancora per molto.




