Jeff Buckley: a marzo il docufilm
It’s Never Over arriva al cinema per tre giorni e riporta sul grande schermo la voce più intensa della scena alternativa degli anni Novanta.

Jeff Buckley è uno di quei musicisti che non smettono mai di emozionare, dovessero passare venti, trenta, cinquant’anni e svariate generazioni. Forse anche per questo motivo che a marzo il suo mito tornerà al cinema con It’s Never Over, il documentario firmato da Amy Berg che racconta la vita, la musica e l’eredità emotiva di Jeff Buckley. Un artista diventato un culto trasversale, capace di parlare ancora oggi a chi negli anni Novanta lo ha scoperto su un CD o un vinile e a chi invece lo incontra per la prima volta oggi su una playlist.
Jeff Buckley torna al cinema con It’s Never Over
Il documentario arriverà nelle sale italiane il 16, 17 e 18 marzo, distribuito come evento speciale da Nexo Studios. It’s Never Over non è un classico biopic: è un viaggio dentro la personalità e la musica di Jeff Buckley, costruito attraverso materiali d’archivio inediti e testimonianze dirette delle persone che lo hanno conosciuto davvero.
La regista Amy Berg, già autrice di documentari musicali molto apprezzati, ha lavorato a lungo con la madre dell’artista, Mary Guibert, custode della sua eredità artistica. Nel film compaiono anche musicisti, collaboratori e persone che hanno condiviso con lui momenti fondamentali della sua vita, creando un racconto che punta più sull’intimità che sulla celebrazione.
«Non ricordo un periodo della mia vita in cui non pensassi di fare un film su Jeff Buckley», ha detto la regista.
«Ci penso almeno da quando ho iniziato a fare film nel 2006. O forse dal ’94, quando per la prima volta ho ascoltato Grace… Mary, la madre di Jeff, è la prima persona che ho incontrato per abbozzare la cosa. All’epoca, 18 anni fa, lei pensava a un biopic. Ma i suoi materiali d’archivio erano indimenticabili: penso per esempio all’ultimo struggente messaggio vocale lasciato in segreteria telefonica. Io ero certa che ne sarebbe venuto fuori un documentario e nel 2019 la mia proposta è stata accettata. Un bel travaglio d’amore, per noi che non lo abbiamo conosciuto, avvicinarci a lui il più possibile».
Il titolo del documentario è preso da un verso di Lover, You Should’ve Come Over, uno dei brani più intensi ed emozionanti del suo repertorio. Una scelta simbolica, perché quella canzone rappresenta bene l’idea di un amore e di una vita rimasti in sospeso.
Perché Buckley è un culto che attraversa le generazioni
Di recente, proprio Lover, You Should’ve Come Over è tornata a circolare tra i più giovani grazie ai social, entrando per la prima volta in classifica quasi trent’anni dopo la morte dell’artista. Su Spotify ha superato i 430 milioni di ascolti, numeri che raccontano quanto la musica di Jeff Buckley continui a essere scoperta e riscoperta.
Il fenomeno ha acceso discussioni tra fan di vecchia data e nuovi ascoltatori, ma forse la verità è più semplice: certe canzoni trovano sempre la strada per arrivare a chi ne ha bisogno. Jeff Buckley ha scritto musica che parla di desiderio, perdita, fede, ossessione e solitudine. Temi eterni, che non hanno bisogno di un’epoca precisa per essere compresi. E la sua capacità di arrivare all’emotività delle persone è sempre stata indiscussa.
Grace, un debutto che sembra un addio
Quando Grace esce nel 1994, il panorama musicale è dominato dal grunge e dal rock alternativo. In mezzo a quelle chitarre abrasive e a quell’estetica disillusa, Jeff Buckley appare come un corpo estraneo. Non ha la rabbia di Seattle, né l’ironia britpop. Ha qualcosa di più difficile da definire:
Un romanticismo quasi tragico, un senso di teatralità che ricorda la tradizione dei grandi interpreti soul e folk.
La sua voce è lo strumento principale. Un’estensione ampia, capace di passare dal falsetto etereo a un registro pieno e caldo, senza mai perdere intensità emotiva. In Mojo Pin la tensione cresce lentamente, come una marea scura che sale senza fare rumore. Last Goodbye è una ballata elettrica perfetta, con chitarre sospese e una melodia che sembra galleggiare nell’aria. Grace, la title track, è un piccolo viaggio epico in pochi minuti, con cambi di dinamica e un finale quasi liberatorio.
E poi c’è Hallelujah. La sua versione è diventata la più famosa, ma ciò che colpisce non è la popolarità, bensì l’approccio: una chitarra arpeggiata, una voce fragile e intensa, come se stesse cantando per una sola persona in una stanza vuota. Non è un’interpretazione spettacolare, è una confessione.
Le radici nei club e la magia del Sin-é
Prima di arrivare a Grace, Jeff Buckley si era fatto conoscere nei piccoli locali di New York. Il più importante era il Sin-é, nell’East Village, dove si esibiva da solo con la chitarra. Quelle serate sono state immortalate nell’EP Live at Sin-é, pubblicato nel 1993.
Ascoltare quel disco significa entrare in un club minuscolo, con bicchieri che tintinnano e conversazioni di sottofondo, mentre sul palco c’è un ragazzo che passa da Nina Simone ai Led Zeppelin, da Edith Piaf a Van Morrison. Non lo fa per stupire, ma perché la sua idea di musica è libera, senza confini di genere.
E qui vogliamo darvi un’altra chicca: venerdì 13 febbraio uscirà una versione deluxe del disco, ampliata con nuove tracce e materiali d’archivio. Un’uscita che permette di tornare a quel momento in cui Jeff Buckley non era ancora una leggenda, ma solo una voce capace di fermare il tempo.
Una carriera breve, un’eredità enorme
La morte di Jeff Buckley nel 1997, a soli trent’anni, è una di quelle storie che sembrano scritte per diventare leggenda. Stava lavorando al secondo album quando un bagno nel fiume Mississippi si trasformò in tragedia.
Il disco a cui stava lavorando, My Sweetheart the Drunk, uscirà postumo in forma incompleta. Ascoltandolo si percepisce una direzione diversa, più elettrica e irrequieta, come se l’artista stesse cercando nuove strade. È uno di quei “secondi album” che restano nella categoria delle ipotesi, delle traiettorie interrotte.
Forse è anche per questo che la sua figura continua a esercitare un fascino così forte. Non c’è stato il tempo per la routine, per i compromessi, per la normalità. Jeff Buckley è rimasto cristallizzato in un momento di massima intensità creativa. E forse è proprio questo il senso di quel titolo, It’s Never Over: quando una voce riesce a toccare certe corde, la storia non finisce davvero. Si trasforma, si diffonde, ricomincia ogni volta che qualcuno preme play. In fondo, la musica migliore non appartiene a un’epoca precisa. Appartiene a chi la sente propria, anche solo per tre minuti e mezzo. E in quei tre minuti, il tempo smette di esistere.




